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Commercio centro storico: il dibattito in Consiglio comunale a Modena


“Da anni è stata introdotta la liberalizzazione delle attività economiche, eliminando qualunque limitazione e vincolo di ogni natura. Dunque, non ha alcun senso parlare di licenze. Siamo comunque impegnati a individuare soluzioni che aiutino a valorizzare il nostro centro, sempre più bello e apprezzato da modenesi e turisti, anche sotto l’aspetto del commercio, che è strategico e ne è un elemento prezioso di vitalità e socialità”. Lo ha detto l’assessora alle Attività economiche Ludovica Carla Ferrari rispondendo nel Consiglio di giovedì 7 marzo a una interrogazione di Luigia Santoro, consigliera capogruppo di Lega Nord.

Santoro, riferendosi ad articoli di stampa, ha parlato di “desertificazione dei negozi di pregio in centro storico, sostituiti progressivamente da attività commerciali di bassa qualità”, per poi chiedere all’Amministrazione “con che criteri vengano accordate le licenze e se si tenga conto della presenza di attività dello stesso genere in uno spazio ridotto; quali soluzioni / orari / incentivi intenda mettere in atto per salvaguardare i negozi del centro storico e ostacolarne la chiusura evitando la loro sostituzione con negozi etnici, phone center, orto-frutta, kebab, ecc.; come pensa di rendere conveniente l’apertura in centro storico di attività commerciali di qualità e prestigio per la città e, infine, se non sia opportuno, al fine di incentivare gli acquisti in centro, rivedere un piano sosta con accessi e modalità diverse, dal momento che questa soluzione ha dimostrato di non essere all’altezza”.

L’assessora, dopo avere illustrato nel dettaglio le regole relative, ha citato il caso di Firenze che ha varato un regolamento per qualificare le attività enogastronomiche e alimentari in centro, valorizzando le produzioni locali a discapito di quelle “standard” e “internazionali”, come esempio di possibilità di normare situazioni specifiche. Limitatamente a zone tutelate, infatti, come è il caso del sito Unesco di piazza Grande, c’è possibilità di adottare provvedimenti di programmazione ad esempio delle aperture degli esercizi di somministrazione di alimenti e bevande. Inoltre, il “Codice dei beni culturali e del paesaggio” prevede che i Comuni, sentito il Soprintendente, individuino i locali nei quali si svolgono attività di artigianato tradizionale, riconosciuto espressione di identità culturale collettiva, ai sensi della convenzione Unesco, al fine di assicurarne forme di promozione e salvaguardia. “Tutto il centro storico di Firenze è patrimonio dell’umanità Unesco – ha sottolineato l’assessora – e questo ha consentito al sindaco di ampliare l’area di interesse del regolamento. A Modena siamo intervenuti con il regolamento del sito sull’area in cui ci era consentito, con l’intento di favorire le attività connesse alla valorizzazione delle tradizioni agroalimentari e gastronomiche tipiche del territorio e quelle che conservano o reintroducono valori della storia e tradizione imprenditoriale e commerciale locale”.

Quanto a parcheggi e mobilità, Ferrari ha sottolineato che “sull’accessibilità del centro abbiamo in programma risposte strutturali, non palliativi anacronistici come il ritorno delle auto in centro (ce ne sono già troppe). Proponiamo di incrementare parcheggi scambiatori intorno al centro, incentivare la mobilità ciclabile, rendere fruibile il trasporto pubblico e stiamo ripensando la logistica, alla luce delle trasformazioni che interessano il commercio a partire dagli sviluppi dell’online”.

L’assessora ha poi richiamato l’idea di incentivi, sgravi fiscali e semplificazioni per favorire il ricambio generazionale su attività di produzioni locali o tradizionali, e ha citato il prossimo Motor Valley fest che, insieme a un evento sull’enogastronomia allo studio, dovrà sostenere la crescita del turismo, che è sotto gli occhi di tutti.

Durante la seduta del Consiglio comunale di giovedì 7 marzo l’interrogazione di Luigia Santoro (Lega Nord) relativa a “Negozi etnici centro storico” è stata trasformata in interpellanza da Sinistra Unita Modena nel dibattito è intervenuto Marco Cugusi: “Questa interrogazione non denota solo ignoranza sulla regolamentazione del commercio – ha affermato – ma anche il pregiudizio dietro la parola etnico: un commerciante va classificato in base alla tipologia commerciale della merce non alla sua provenienza. Le botteghe storiche vanno valorizzate e il commercio on line è la conseguenza della globalizzazione per cui i commercianti si devono attrezzare, ma la questione sottesa all’interrogazione non è relativa ai negozi che chiudono, un problema che tutti sentiamo, ma solo un pregiudizio razziale”. D’accordo con il collega, Paolo Trande ha parlato di “interrogazione manifesto completamente destituita di ogni fondamento, scritta solo per propaganda a fini elettorali e per instillare i peggiori sentimenti xenofobi.  Insistendo sulla difesa del principio costituzionale della libertà d’impresa, ha aggiunto: “Chi ha preparato questa interrogazione, ha scritto cose fuori dal mondo, una cosa del genere non dovrebbe nemmeno arrivare in questo Consiglio comunale”.

Marco Chincarini di Modena Volta Pagina ha definito l’interrogazione “imprecisa, perché denota ignoranza e precisa invece nelle insinuazioni che vanno respinte con forza”. Un’interrogazione “priva di respiro” anche là dove critica la pedonalizzazione del centro e addita la mancanza di parcheggi, secondo il consigliere che ha invitato tutto il Consiglio ad esprimersi contro l’istanza presentata “perché evidentemente siamo in campagna elettorale e tutto vale”.

Per il Pd Antonio Carpentieri ha posto l’accento sul diritto alla “libera concorrenza che viene negata dall’interrogazione” e ha supposto che “la consigliera interrogante stia pensando a un regolamento come quello approvato a Verona, applicato prima in centro storico e poi esteso al resto della città, che di fatto controlla la tipologia degli esercizi. Al contrario, invece – ha concluso – se rispettano le regole, tutti hanno diritto di esercitare la propria attività”.

Giuseppe Pellacani di Energie per l’Italia ha invece affermato “di non avere avversione nei confronti dei negozi etnici, né ovviamente per la libera concorrenza. Il problema – ha precisato – è che in certi contesti cittadini alcune tipologie commerciali si moltiplicano e altre sono in sofferenza. Un approccio adottabile  è quello del Comune di Firenze che partendo dalla considerazione che la bellezza della città passa anche dall’anima delle sue botteghe, ha pensato a un albo delle attività tradizionali da valorizzare e incentivare”.

Andrea Galli di Forza Italia ha detto di non vedere “intenti xenofobi dietro l’interrogazione, ma solo lo stupore della gente comune davanti alle difficoltà degli esercizi tradizionali e la fortuna di altre categorie, come i cinesi e i pakistani che hanno sfondato il settore alimentare”. E riferito a questi ultimi ha aggiunto: “Sforano gli orari, hanno personale non in regola e un discutibile sistema di tracciabilità della merce: in altre parole riescano a restare aperti perché non rispettano le regole che devono rispettare gli esercizi italiani”.

Per il Movimento 5 stelle, il capogruppo Mario Bussetti ha fatto notare “come nell’interrogazione non siano contenute considerazioni sulla crisi dei negozi del centro né sul rispetto delle regole, mentre essa introduce elementi inaccettabili quando si associano elementi quali il decoro, la concorrenza e la bellezza con la provenienza degli esercenti”. E il suo gruppo “non condivide politicamente nemmeno i riferimento ad incentivare l’accesso delle auto in centro storico”.

La consigliera Santoro, ammettendo la scarsa conoscenza della regolamentazione del commercio, ha però negato “qualsiasi intento discriminatorio” nell’istanza e nella definizione ‘etnico’. Quello che chiedeva era invece “di tutelare la tradizione e la tipicità almeno nella zona più centrale della città, dove lo stesso mercato di via Albinelli subisce la concorrenza di questi negozi che aprono ovunque e in cui la merce costa 0,99 euro”.

L’assessora Ferrari ha concluso il dibattito accennando a diverse delle questioni. “Innanzitutto – ha detto – la consigliera Santoro si sbaglia. Se in centro ci sono  negozi in crisi, non è certo per l’esistenza degli esercizi che chiama ‘etnici’ e che comunque assicurano orari prolungati e aprono anche in vie decentrate. Inoltre, il Comune da anni tiene un albo delle botteghe storiche per valorizzare le tipicità e non è facendo entrare le auto in centro che possiamo risolvere i problemi degli esercizi. Va affrontata diversamente tutto la logistica, come amministrazione puntiamo a soluzioni ‘smart’ e stiamo lavorando a sgravi ed incentivi per gli esercizi commerciali che vanno verso l’innovazione, allo stesso modo stiamo affrontando il problema dell’alto costo degli affitti e lavoriamo a una serie di eventi, come Motor Valley Fest, che intendono attirare visitatori e turisti. Perché non esistono risposte semplici a un problema complesso”.




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